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Roma, 19 mag. (AdnKronos) – “Ci piace definire questa campagna come un ‘talent alla rovescia’, per valutare i servizi sulle nostre navi, sia ‘Moby’ che ‘Tirrenia’, tenendo conto della nostra ricerca di un servizio sempre più simile ad una nave da crociera e non a un traghetto”. Così l’armatore Alessandro Onorato, vicepresidente e responsabile commerciale dell’omonimo gruppo, racconta l’ (), le due compagnie leader nel trasporto dei passeggeri su navi traghetto da e per le isole con focus particolare sulle rotte di collegamento con Sardegna, Corsica, Sicilia, Elba e Tremiti.

“Si tratta di un talent al contrario -spiega Onorato- perché cerchiamo ‘giudici’ che testino i nostri prodotti di bordo: un ‘food lover’ che possa testare i menù, un family manager, che possa dare un giudizio sulla logistica del viaggio, un travel expert che valuti i servizi”. Il tutto condito con uno stipendio di 10.000 euro per una giornata di ‘lavoro’, una somma che fornisca ai tre giovani concorrenti le basi per costruire un’attività imprenditoriale e non solo di influencer.

“D’altra parte, la nostra è un’attenzione maniacale al servizio -sottolinea l’armatore-. Attenzione per le cabine, più ad uso familiare per le mamme con bambini, e attenzione particolare anche al menù, che cambia ad ogni stagione ricercando sempre i prodotti locali: per esempio, se la nave parte dalla Toscana per la Sardegna a bordo avrà prodotti toscani e sardi, lo stesso se parte dalla Liguria e così via”.

“Poi c’è tutta la parte dedicata ai bambini con attrazioni varie, personaggi dei cartoni… -aggiunge Onorato-. Insomma è un lavoro veramente impegnativo che ci distingue dai competitor e questo impegno, questo lavoro lo abbiamo voluto valorizzare, lanciando appunto una campagna particolare che metta i passeggeri al centro, non come persone che vengono a giudicare i nostri servizi”.

“Credo sia un’operazione molto moderna, al passo con i tempi, perfetta per l’era internet, una vera campagna pubblicitaria web che mette le persone al centro come protagoniste -sottolinea l’armatore-. Sono certo anche che possa generare un certo entusiasmo perché l’influencer è una delle nuove professioni e ricevere un premio in denaro può essere considerato come un investimento su se stessi e il futuro”.

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(AdnKronos) – La sentenza di giugno rimprovera dunque all’Italia di non aver predisposto un sistema giuridico (e amministrativo, specificamente dei servizi sociali) adeguato a tutelare il diritto inviolabile del genitore (in questo caso del padre ‘separato’) di esercitare il naturale rapporto familiare col figlio.

“Il mio obiettivo oggi è assistere associazioni – afferma Costa Sanseverino – che aiutino le persone come me a ricorrere a Strasburgo, obbligando lo Stato italiano a un maggior rispetto reale e legale dei cittadini e dei loro diritti umani”. Affinché non ci siano altri padri zombie e figli costretti a crescere soli.

“Io e il mio bambino in qualche modo siamo sopravvissuti, nei suoi primi tre anni di vita abbiamo costruito un buon rapporto – conclude l’uomo – ‘mattoncini’ che hanno tenuto in piedi il nostro legame, nonostante tutto. Oggi credo di poter dire di essermi salvato, e credo mio figlio si sia salvato. Ma ho vissuto anni in cui non ero né vivo né morto. Il mio non era un lutto, perché il mio bambino era vivo e godeva di ottima salute, ma non potevo vederlo e questo è devastante, con effetti psicologici enormi che investono tutte le sfere delle tua vita. Trasformandoti in uno zombie, appunto: quello che io non sono più ma che nessun uomo merita di diventare”.

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Roma, 19 mag. (AdnKronos) (di Ileana Sciarra) – “La tua vita corre su un binario parallelo, come sospesa. E ti senti uno zombie, sei uno zombie”. Uno zombie al quale è stato sottratto un figlio di appena 4 anni, in quattro anni -ovvero dai 4 agli 8 anni del piccolo- visto solo una manciata di ore. Con la beffa di vivere ad appena un chilometro di distanza in una città immensa come Roma: pochi passi per potersi vedere, una frattura incolmabile tra mamma e papà che rende quel km un muro invalicabile. Lo ‘zombie’ di questa storia si chiama Luca Costa Sanseverino di Bisignano, oggi 49enne: è il papà che non si è mai arreso e per far valere i propri diritti di padre è dovuto ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

E l’ha avuta vinta: l’Italia è stata condannata per negligenza. O meglio, è l’Italia che, pur di evitare una condanna pesantissima, ha riconosciuto la propria colpa pagando una multa di 15mila euro e ammesso i ritardi nell’esecuzione dei provvedimenti che garantiscono il diritto di visita di un genitore. E ciò nonostante, il nostro Paese ora rischia un nuovo ricorso a Strasburgo per non aver dato seguito alla sentenza (n. 58330/06).

La Corte europea dei diritti dell’uomo, nel giugno scorso, ha fotografato una storia in cui non mancano sciatteria e incuria, come i mesi persi per un fax mai arrivato a destinazione per via di un numero sbagliato. La storia di Luca e di suo figlio -oggi 12enne- è uguale a tante altre storie, con un affido condiviso che si incaglia su uno scoglio fatto di rancori e incomprensioni tra i genitori del piccolo. Finché il padre viene tenuto ai margini, le possibilità di vedere il figlio ridotte al lumicino nonostante il giudice abbia deciso per l’affido congiunto.

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(AdnKronos) – Luca non vede più suo figlio. Passano giorni, mesi, anni ma non si dà mai per vinto, inizia una guerra a suon di carte bollate. Ma le varie pronunce che di volta in volta gli danno ragione non trovano applicazione e si traducono in un nulla di fatto. Finché l’uomo non ricorre a Strasburgo e vince la sua battaglia. Intanto mentre cerca, un passo alla volta, di riprendersi gli spazi col suo bambino, trova una nuova compagna e ha altri due figli. “Tra i più grandi rammarichi della mia vita – racconta oggi all’Adnkronos – c’è quello di non averli visti crescere insieme: con il mio secondogenito si sono conosciuti un giorno per caso, all’ingresso della Feltrinelli… eppure parliamo di due fratelli”.

Ancora oggi -nonostante la condanna di Strasburgo che grava sul nostro Paese- Luca dice di vedere troppo poco il suo primogenito, tanto da ricorrere nuovamente a un tribunale per difendere gli ‘spazi’ con il figlio: “se non risolvo – sostiene – torno di nuovo a Strasburgo”. Perché la fiducia nella giustizia italiana ormai Costa Sanseverino l’ha smarrita da un pezzo. “Troppe lungaggini – dice – ho perso 4 anni di vita con mio figlio per una pronuncia che doveva e poteva arrivare nell’arco di appena tre mesi. Troppe cose che non vanno, non funzionano”.

Come quel fax spedito dal Tribunale dei minori di Roma al Comune capitolino e all’associazione ‘Bambini nel tempo’, chiamata ad occuparsi del caso. Il quella comunicazione il Tribunale intimava alla onlus di adoperarsi per riallacciare quel rapporto padre-figlio interrotto bruscamente. Ma quel fax viene inviato ad un numero errato. “Il risultato è che nessuno si muoveva – racconta Luca – Il fax venne inviato i primi di giugno, l’errore venne stanato solo a fine ottobre. Risultato? Un’altra estate saltata”.

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(AdnKronos) – A complicare le cose c’è anche un altro elemento. L’associazione Bambini nel Tempo Onlus, incaricata dal giudice di ricostruire il rapporto padre-figlio logorato dalla distanza e dai muri eretti tra dalla madre del piccolo, indica al padre due strade: entrare in convezione privata con l’associazione, “pagando 100 euro per ogni singolo incontro con mio figlio e contatto con la onlus – racconta l’uomo – oppure entrare in una lista d’attesa con tempi incerti, verosimilmente biblici”.

Costa Sanseverino, attraverso il suo legale, scrive due volte al giudice del Tribunale dei minori chiedendo chiarimenti senza mai ricevere risposta. Solo successivamente all’associazione viene tolto l’incarico “a causa dell’evidente conflitto d’interessi: attori privati a pagamento – denuncia Costa Sanseverino – avevano infatti degli ottimi motivi per procrastinare e prolungare il più possibile il loro intervento”.

In questi anni spesi per l’amore di un figlio “ho dovuto lottare contro i pregiudizi presenti a tutti i livelli: dalla magistratura ai servizi sociali alla società più in generale, perché in Italia – afferma l’uomo – il ruolo del padre è considerato in maniera diversa e deficitaria rispetto a quello della madre e le richieste di parità e di reale affido condiviso vissute come fumo negli occhi”.


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