Arte: Dario Evola, attuale classe dirigente distrugge più che costruire

29 Gennaio 20192min1730

Roma, 29 gen. (AdnKronos) – “La generazione che oggi s’è fatta classe dirigente è la prima -da oltre due secoli- che si occupa più di distruggere, che di costruire”. A dirlo all’AdnKronos è Dario Evola, docente di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Roma, autore del volume “La funzione moderna dell’arte”, edito da Mimesis (nella collana Le forme del possibile, pp.256, 26 euro), presentato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. “Questo saggio è dedicato invece alla fase precedente -spiega- e racconta la lunga costruzione dell’arte come ‘industria umana’, a partire dall’Illuminismo fino al Novecento, seguendo due direttrici: da un lato, la nascita e lo sviluppo del concetto stesso di museo, luogo di conservazione ed esposizione; dall’altro, lo sviluppo delle accademie d’arte, in cui un tempo si creava e oggi si trasmettono idee e tecniche concrete”.

“L’età dei lumi, le rivoluzioni, il progresso e la nuova concezione della scienza e della tecnica, sono sintetizzati nell’uomo nuovo che assume il motto ‘sapere aude’ -ricorda ancora Evola- Così l’arte, nella sua operatività e fruizione, ridefinisce una funzione originaria come mezzo di conoscenza e identità”. Sono dunque tre gli elementi che ridefiniscono il senso ‘nuovo’ dell’arte: il Museo moderno, l’Accademia di Belle Arti e l’Estetica. Il museo moderno, “sull’esempio dei Capitolini e dei Vaticani di Roma, fonda una visione dell’arte come identità paradossalmente a seguito delle ‘requisizioni’ napoleoniche. Le accademie si incaricano della formazione dell’artista non più come artigiano di bottega, ma come un intellettuale consapevole di una funzione progettuale. L’estetica, infine, ridefinisce la teoria del bello sensibile come azione intellettuale critica, giudizio, gusto”.

I ‘salons’ di Diderot, le mostre, il mercato, offrono così “un nuovo sguardo da Winckelmann a Canova, a Kant e all’Encyclopédie: l’artista non è più servitore della forma, ma artefice e creatore. L’arte diventa infatti ‘scienza dell’arte’. Il XIX secolo, con la rivoluzione industriale, la macchina, la fotografia e il cinema, aprirà poi una nuova fase che si sviluppa nel Novecento all’insegna della riproducibilità tecnica, della perdita dell’aura e della consapevolezza del disagio sociale nella metropoli. Il ‘visibile’ si fa problema, non più certezza. E il museo diventa luogo produttore di un nuovo immaginario che, come l’arte, non riproduce ma riconfigura sguardi e narrazioni”. E oggi? “Siamo davanti non solo alla banalizzazione del pensiero unico, ma viviamo l’assenza del tragico, la mancanza di consapevolezza. E l’arte è entrata nella sfera della comunicazione, si è appiattita su questo processo, tornando nuovamente al ruolo di servitù. I musei non dovrebbero produrre economia, come sostengono alcuni, ma pensiero, ricerca. Non intendo con questo una cultura d’elite, non è una questione di quantità, ma di qualità. Perciò è fondamentale la mediazione culturale e la formazione, compiti cui lo Stato in Italia sta via via venendo meno”.

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