Nelle ultime ore una ennesima tragedia si è verificata nell’area SAR libica, dove un barcone con oltre 100 persone a bordo si è capovolto a causa delle proibitive condizioni del mare. La Capitaneria di Porto ha salvato soltanto 32 migranti, portati a Lampedusa in stato di ipotermia e sotto shock. All’appello, secondo le testimonianze raccolte dai mediatori culturali , mancherebbero tra le 70 e le 80 persone: una strage. Al momento proseguono le ricerche dei dispersi, ma sono stati recuperati soltanto due cadaveri e le speranze di trovare altri sopravvissuti sono ridottissime.
Alla luce dell’ennesima tragedia in mare, mentre le campane ieri suonavano a festa per annunciare la Risurrezione, nella Chiesa Madre di Marsala, il sacro ha incontrato la realtà dell’indifferenza. Tra le navate, è apparsa una croce diversa: non d’oro, non di legno intarsiato, ma composta da salvagenti arancioni. È il grido di una parte della comunità marsalese, che rifiuta di voltarsi dall’altra parte, mentre il Mediterraneo continua a restituire corpi dei “nuovi Cristi”.
L’iniziativa, che ha scosso le coscienze dei fedeli e dei cittadini, nasce dalla sensibilità di un gruppo di attivisti e cittadini impegnati, tra i quali figura Salvatore Inguì. Da sempre in prima linea nella difesa dei diritti umani e figura di riferimento per il sociale, Inguì ha voluto, insieme agli altri promotori, dare una forma visibile e tangibile alla sofferenza invisibile dei migranti.
L’installazione, accolta con coraggio dall’Arciprete don Marco Renda, trasforma i soccorsi in mare in un’icona sacra. Quei salvagenti non sono solo oggetti: sono i resti dei “Cristi” moderni, di uomini, donne e bambini, che hanno cercato la vita e hanno trovato la morte.
Il messaggio “Una preghiera per la nostra ipocrisia”, posto sotto la croce, ha accompagna l’iniziativa, evidenziando quel “naufragio morale” della società civile, che abbiamo il dovere di arginare, come cittadini del mondo e soprattutto per chi si professa cristiano. Sotto accusa è il cinismo di chi, dichiarandosi difensore delle radici cristiane, calpesta i valori di accoglienza e fratellanza.
“Non puoi dire di amare Cristo se gioisci per il naufragio di un fratello,” è il monito che risuona tra le mura della Chiesa Madre. Un attacco diretto a quell’odio social che, in modo agghiacciante, arriva a festeggiare la morte dei migranti, agendo come i soldati romani che duemila anni fa schernivano Cristo sulla croce.
La presenza della croce di salvagenti nella Chiesa Madre, fortemente voluta da figure come Inguì, che da anni interrogano Marsala sulla propria capacità di accoglienza, pone una domanda scomoda, ossia se siamo ancora capaci di restare umani.
L’invito per tutti, dunque, è quello di fermarsi davanti a quell’arancione fluorescente e riflettere su chi non ce l’ha fatta, trasformando la Santa Pasqua in un impegno civile concreto e condiviso, che va oltre le appartenenze politiche.
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