Notizie Flash: 2/a edizione – L’economia (7)

14 Aprile 20181min550

(AdnKronos) – Roma. A tre anni dalla sua entrata in vigore, la legge che ha riformato le banche popolari cancellando il voto capitario non ha ancora palesato i vantaggi di cui si diceva fosse portatrice. Le ex popolari rimaste – due sono sparite (Veneto banca e Bpvi), due si sono fuse assieme (Banco Popolare e Bpm )- sono quelle che hanno registrato la peggior performance in Borsa dal 2015 e che scambiano tutt’ora a maggior sconto rispetto al valore di libro in confronto a istituti come Intesa Sp, Mediobanca o Credem. In tre anni, Ubi banca e Bper hanno dimezzato il loro valore; Creval è crollata dopo l’aumento iperdiluitivo da 700 mln e Banco Bpm, l’unica fusione alla pari, è partita da 2,5 euro il 1 gennaio 2017 e in poco più di un anno è cresciuta dell’8%. I loro multipli si aggirano sullo 0,3-0,4 contro lo 0,8-0,9 delle altre ‘non riformate’. Il “contributo all’efficienza del sistema” auspicato da Bankitalia è stato violento soprattutto per aver spazzato via il risparmio di molti piccoli soci, soprattutto quelli delle due banche venete che ancora oggi, tra processi e ricorsi all’arbitro finanziario, attendono di capire se potranno avere qualche rimborso. Le attese aggregazioni, a parte quella alla pari tra il Banco e Piazza Meda, sono state per lo più incorporazioni o salvataggi. Di “scalate” dei fondi nemmeno l’ombra, di ingressi eccellenti nel capitale si è visto poco e solo di recente. Tanto che il più clamoroso degli ultimi mesi è stato quello di Warren Buffett, ma ha riguardato proprio una società cooperativa, Cattolica Assicurazioni. Sembra che il rapporto tra costi e benefici della riforma, insomma, sia finora sproporzionatamente sbilanciato a favore dei primi.

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