Quel monito di pace e tolleranza di Amos Oz al Taobuk Festival

29 Dicembre 20183min720

Palermo, 29 dic. (AdnKronos) – Un monito di pace e tolleranza. Eccolo, l’ultimo discorso pubblico di Amos Oz, lo scrittore israeliano morto ieri a 79 anni, al Taobuk Festival di Taormina lo scorso 24 giugno. Un commiato del grande scrittore che in quell’occasione ricevette il Taobuk Award for Literary Excellence, momento clou del festival letterario internazionale ideato e diretto da Antonella Ferrara. “Un autentico evento da ricordare anche e soprattutto per il monito di pace e tolleranza che il grande scrittore israeliano ha lanciato con ardente militanza non disgiunta da sapiente ironia”, spiega oggi Ferrara. “All’indomani della sua scomparsa – sottolinea l’ideatrice del Taobuk che consegnò il premio ad Amos Oz– quel messaggio suona, se possibile, ancora più forte e illuminante. È perciò con grande emozione e cordoglio che Taobuk porge l’estremo omaggio ad Amos Oz, nella consapevolezza del significato che assume oggi avere avuto l’onore di ospitarlo in una delle sue ultime apparizioni pubbliche. Una lectio magistralis e un incontro con il pubblico, coronati dalla premiazione e da cui sono emersi contenuti di altissima levatura civile, com’era nella statura etica di questa straordinaria personalità, non solo voce critica di Israele e figura di riferimento per la cultura ebraica, ma un maître à penser a tutto tondo, che ha saputo esprimersi attraverso i romanzi, come nei saggi e negli articoli giornalistici, dopo avere anticipato il suo intervento con il testo inedito, pubblicato in esclusiva su un importante quotidiano”.

Di notevole rilievo e interesse appaiono le considerazioni di Oz che hanno arricchito la sua densa conversazione, nel corso della quale l’autore di “Una storia d’amore e di tenebra”, Michael mio”, “Giuda” ha toccato fondamentali nodi di riflessione, a cominciare dal concept su cui ruotava l’ottava edizione di Taobuk, dedicata al tema “rivoluzioni”. “La parola rivoluzione – ammoniva Oz nella sua dissertazione – è vittima dell’inflazione, contrassegnata da significati troppo eterogenei. Chiamiamo rivoluzione una guerra che miete centinaia di migliaia di vittime, definiamo rivoluzionario un programma televisivo se ci piace e designiamo rivoluzionaria una nuova moda. Così, indifferentemente. Sono assai più severo da questo punto di vista e traccio una linea di demarcazione molto netta nel definire il significato del termine. Sono per quelle rivoluzioni che non presuppongono versamento di sangue, soluzione che deve essere l’ultima spiaggia, invece da duecento anni a questa parte la maggior parte delle rivoluzioni hanno orribilmente prodotto troppi morti. Se fossi un medico prima di amputare un arto, verificherei se tutti gli altri trattamenti e terapie falliscono. Mi rendo ben conto di quanto adescante sia la rivoluzione, di come ecciti gli animi e affascini le persone, ma, viste le conseguenze, bisogna saper stare un passo indietro. Perciò pur essendo un militante che ha fama di essere intransigente, preferisco definirmi un evoluzionista non un rivoluzionario”.

“E da più di sessant’anni, praticamente tutta la vita, insieme ad altri che la pensano come me, cerco una soluzione pacifica di compromesso al doloroso conflitto che affligge israeliani e palestinesi. Perché il rispetto della vita umana è una priorità irrinunciabile, questo è il mio credo”, diceva Oz.

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